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proviamo a capire qualcosa di più!

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Il primato dell’economia reale sui mercati finanziari


Guido Grossi 99%Siamo proprio sicuri che il crollo dei mercati finanziari comporti necessariamente il crollo dell’economia reale?

è quello che ci dicono con gran convinzione tutti.. i signori della finanza!

e che ripetono con gran convinzione i telegiornali a tutte le ore. Le prime notizie di tutti i TG non riguardano forse l’andamento dei mercati finanziari ? come fossero per noi la cosa più importante…

Però non ce lo hanno mai spiegato il meccanismo che dovrebbe portarci alla rovina… esattamente come i sacerdoti delle antiche religioni non spiegavano i meccanismi in base ai quali, se non si facevano sacrifici agli dei, sarebbero arrivate catastrofi tremende

Io credo che non siamo molto lontani, da quella situazione.
Dovremmo sforzarci di provare ad aprire gli occhi.

La finanza non produce ricchezza ma opera una “distrazione” di risorse dall’economia reale: è un parassita.

Nasce come servizio all’economia.. si è trasformata in alternativa: luogo dove i capitali acquisiscono il potere magico di moltiplicarsi. A guardare bene ci troviamo in una situazione in cui il gatto e la volpe ci promettono che se mettiamo i nostri zecchini d’oro sotto terra.. fra qualche mese nasce l’albero degli zecchini d’oro.

Continuare ad investire in bolle speculative senza fondamento razionale, è poi così diverso?

Il mondo occidentale ha smesso di produrre beni reali e servizi utili, perché… ha abboccato alla favola degli zecchini d’oro… si è convertito alla religione dei mercati finanziari, e crede ai dogmi che ci vengono proposti dai suoi sacerdoti:

rendere competitivo il sistema produttivo è il modo migliore per crescere (anche se la competizione impone di tagliare i costi, compreso il lavoro e la qualità dei prodotti…): questo ci chiedono i mercati. Questo ci richiedono, insistentemente, i loro sacerdoti: la BCE, il FMI, le Agenzie di Rating…

Le cose non vanno perché siamo spreconi e inefficienti: bisogna fare “le riforme strutturali” (ma le riforme strutturali, quando arrivano, ci fanno stare peggio: più tasse, meno servizi, licenziamenti più facili, privatizzazioni, svendita di patrimonio pubblico e cessioni di sovranità.. questo è il pacchetto delle riforme strutturali che viene imposto a tutti quelli che devono essere “curati”: una cura da cavallo che favorisce pari pari gli interessi del grande capitale internazionale, che avrà a disposizione grandi affari e una massa di lavoratori sempre più disponibili ad essere sfruttati… mentre manda in recessione le economie “curate”, con la promessa, di pinocchio, che attraverso la cura un domani, imprecisato, tornerà la crescita… la mitica crescita che ci renderà di nuovo felici)

lasciar fare i mercati finanziari è il modo migliore per allocare le risorse (anche se è sempre più evidente che le risorse si concentrano nelle mani di un numero sempre più ristretto di multinazionali, assieme ad un potere di condizionamento delle società che non è mai stato così forte… e violento)

la crescita del PIL è l’unico modo per rendere felici le società (ma come la misuriamo la nostra felicità ? Nel PIL c’è la distruzione dell’ambiente.. c’è la produzione di armi di distruzione di massa… non c’è alcuna misura dei costi sociali)

Non è giunto il momento di dire che queste cose che ci raccontano, e che tv e giornali continuano a ripetere con la stessa acritica convinzione di sempre, non convincono più ?

Non è forse il momento di dire che la finanza non è il presupposto della crescita dell’economia e tanto meno della nostra felicità… ma è il sistema che consente ad un gruppo ristretto di grandi banche d’investimento internazionale che di fatto controllano tutti i mercati finanziari di dirottare le risorse sempre e solo dove preferiscono loro… sostanzialmente distraendole dalle tasche dei polli che credono alle favole.. per finire nelle tasche dei furbi amici che favoriscono il sistema ?

Apriamo gli occhi: le bolle speculative devono sgonfiarsi.. l’illusione che i nostri sacrifici servano a salvare l’economia reale è pericolosissima. L’economia reale viene ammazzata sistematicamente da quell’idrovora: 1000 miliardi dati alle banche.. tutti finiti sui mercati finanziari.. neanche le gocce al sistema produttivo !

con mille miliardi di euro si può finanziare un piano di investimenti che da lavoro a tutti i giovani disoccupati in europa: tutti ! Si può scegliere di far sparire la disoccupazione giovanile in tutto il continente, avviando la creazione di benessere reale, in un circolo virtuoso: manca la volontà politica!

ma a noi ci dicono che è meglio coprire le perdite del sistema bancario.. senza fare nulla, peraltro, per evitare che continuino a generarne. Non è forse evidente che i politici sono diventati fedeli servitori della religione dei mercati ? Talmente squallidi che hanno persino rinunciato al loro potere di gestire l’economia: hanno ceduto le leve del comando direttamente ad organismi economici privati. Infatti è la BCE, il FMI a dettarci l’elenco delle cose da fare. Ed i politici si sono affrettati, in gran silenzio, a firmare leggi che consegnano in quelle mani tutto il potere di decidere: hanno svenduto la nostra sovranità!

Il crollo dei mercati finanziari, accompagnato da misure banali di sostegno agli investimenti produttivi, è in realtà l’unica nostra speranza di salvezza.

Va perseguito, non ostacolato. Perseguito e gestito.

Per salvare l’economia reale, dobbiamo uccidere la finanza. E, con essa, lo strapotere di questi signori che con la loro religione ci hanno stregato.. e vorrebbero ora spremerci come limoni, con l’unico scopo di trasformare la loro ricchezza di carta, inesistente, nei nostri beni reali. Quello è il motivo della recessione indotta: costringerci a svendere il patrimonio pubblico e le nostre ricchezze private !

Questi sacerdoti ed i loro servi fedeli devono andare a casa, e fare spazio ad una società civile che voglia riscoprire valori più consoni alla nostra esigenza di una società equilibrata, libera di perseguire un benessere che non ha nulla a che fare con gli zecchini d’oro.

Una società dove l’informazione non è asservita agli interessi delle classi dominanti e del potere, ma è strumento di emancipazione e crescita sociale dei cittadini, desiderosi e disposti ad assumersi la responsabilità di partecipare in prima persone alle scelte che riguardano la gestione della cosa comune.

Non possiamo restare a guardare: dobbiamo scendere in campo, tutti.

Guido Grossi

 

P.S.

separare la funzione del credito commerciale dalle banche di investimento è una misura che nella storia economica è già stata presa.. ultimamente in seguito alla grande depressione del ’29

oggi ci chiedono miliardi per salvare le banche, lasciandoci credere che quei soldi siano necessari a rilanciare l’economia reale.. ma la realtà è che quei soldi continueranno a sostenere bolle speculative. I regolamenti stessi spingono le banche a trovare più conveniente giocare con i derivati, piuttosto che prestare soldi ad aziende e famiglie. Regolamenti scritti da coloro che dovrebbero controllare il sistema :((

La funzione del credito commerciale è indispensabile ad una economia sana. E il sistema bancario commerciale dovrebbe dedicare tutte le proprie energie e competenze a fare quel mestiere. Esattamente il contrario di quanto avviene oggi.

Dopo aver separato finanza da credito commerciale, si deve intervenire a regolamentare l’attività finanziaria, a partire dai derivati. La funzione positiva per i quali sono nati oramai (strumenti di gestione del rischio) oramai è stata abbandonata da tempo: si sono trasformati in strumenti per truffare i polli. Vanno vietati. punto e basta.

E così si sgonfiano le bolle speculative.

E così ritorna possibile riportare attenzione e risorse sui mercati reali, nella produzione, negli investimenti reali: é li che si crea ricchezza e benessere, con il sudore della fronte.

Gli stessi soldi, montagne di soldi che oggi vengono impiegati per sostenere artificiosamente i valori assurdi sui mercati finanziari, devono essere investiti nell’economia reale.

Non ci possono dire che non ci sono risorse: è falso.

Lascia fallire le banche che hanno sbagliato, usa le risorse della banca centrale per risarcire i depositanti, e i 1000 miliardi dati alle banche possono essere utilizzati per investire nell’economia reale, a finanziare un grande piano di piccole opere, in settori ad alta intensità di lavoro ed elevata utilità sociale

qualche esempio: produzione diffusa di energie alternative, valorizzazione beni culturali, ricerca applicata, ricerca di base, avvio di processi standardizzati per il riciclo dei rifiuti urbani, messa in sicurezza sismica del patrimonio immobiliare nelle aree a rischio, messa in sicurezza idrogeologica del territorio, riconversione della produzione agricola, degli allevamenti e del settore agroalimentare, de industrializzandola e riportandola ad un più sano equilibrio, per l’ambiente e per la nostra salute..

Tutto si può fare: solo questione di volontà politica

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Abbiamo 2 miliardi di Euro di debiti. Qualche proposta


Vita da statale, quanti lavorano nel pubblico in Italia?Come già postato qui, mentre il debito pubblico italiano ammonta a circa 2 trilioni di Euro, il nostro settore finanziario è accreditato di risparmi e patrimoni per oltre 8,4 trilioni di Euro.

Per tornare a “respirare” dovremmo fare principalmente 2 cose:

1) pagare gli interessi correnti

2) ridurre la percentuale di debito sul PIL
Riguardo al punto 1 mi viene spontaneo pensare: perché non tassiamo i patrimoni? Potremo risolvere 2 problemi: quello dell’evasione fiscale e quello del saldo degli interessi sul debito.
Per il punto 2, perché non obblighiamo i detentori di patrimoni a sottoscrivere il debito italiano a medio termine (vedi proposta di Italian default: il fallimento di una classe dirigente)?

In questo modo non saremmo più obbligati verso banche e fondi ma solo verso “noi stessi”. L’andamento dei tassi non sarebbe strettamente dipendente dalle ondate speculative, ma fissato da una authority.

Risolto anche questo problema bisognerà anche affrontare quello delle perdite endemiche delle nostre banche: torniamo alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari e basta sostegni! Sono delle S.p.A.: che trovino le risorse sul mercato, altrimenti che falliscano.

In ultimo, ma non ultimo, dobbiamo perseguire anche una politica seria di riduzione della spesa se non vogliamo che il debito rimanga ai livelli attuali.

Facciamo una piccola considerazione: in italia ci sono circa 3,3 milioni di dipendenti statali su una popolazione attiva di circa 24,3 milioni di persone. Quindi circa il 13% dei lavoratori in Italia è alle dipendenze dello stato; questi costano circa 170 miliardi di Euro all’anno.
Non si potrebbe pensare di economizzare su questa voce omogeneizzando il contratto del pubblico impiego con quello del privato? Ad esempio vincolando parte della retribuzione alla produttività? Introducendo la mobilità? Evitando il turn over in molte amministrazioni?

Io non ci trovo nulla di scandaloso, anzi! Guardando la cosa da un’altra angolazione mi viene da chiedere: perché io dipendente del settore privato dovrei essere discriminato?

Credo che il lavoro statale, utilizzato per decenni come ammortizzatore sociale in molte regioni, possa conquistare in questo modo una nuova dignità ed essere veramente produttivo, rispettato e rispettabile.

Gli italiani devono crescere e darsi una mossa oppure finiremo veramente come i greci. Per questo bisogna, oltre che fare sacrifici, anche cambiare mentalità, modo di vivere. Solo così riusciremo a “risorgere” e a renderci veramente indipendenti dalla finanza e dalla speculazione.

Ecco perché il Pd non è un partito di sinistra


Bersani e Di PietroIn Italia esistono tre destre: la destra di Berlusconi, che si traduce nel fare gli interessi di Berlusconi; la destra dei tecnocrati, che si traduce nel fare gli interessi di chi ha di più; e poi il Pd, che si traduce nel fare gli interessi di chi ha di più. Cosa cambia fra tecnocrati e Pd? Che i tecnocrati lo fanno con naturalezza, nel Pd lo si fa con lo zelo tipico di chi vuole emendarsi dalle colpe passate. In questo caso, aver militato in un partito denominato “comunista”. Il dirigente piddino ha perduto (volutamente, pervicacemente) ogni legame col proprio passato alla fondazione del Pd stesso. Con la scusa di disfarsi dei vecchi simboli – ricordate?, tutto quell’armamentario fatto di bandiere rosse, feste dell’Unità, la dizione “di sinistra”, le sezioni trasformate in circoli e così via – ha consentito a se stesso di fare il salto di qualità: abiura totale in cambio del fedele servizio alla Causa. Cioè levarsi dai coglioni il mondo del lavoro per sposare il mondo dei datori di lavoro. Scusate se è poco.

In ogni spunto e riflessione, il rappresentante medio del Pd (pochissime eccezioni, ma un nome va fatto: Enrico Rossi) riesce a esprimere – e spesso realizzare – posizioni chiaramente “moderate”. Ma furbescamente ammanta tutto ciò con la parolina magica: “riformismo”. Tradotto, lo smantellamento dello Stato sociale. Però graduale. Spacciando per una cosa di sinistra – appunto – la gradualità in questa rincorsa verso un destino considerato ineluttabile. Vedi l’avvincente storia della riforma Fornero (articolo 18).

Si fa un gran parlare di coalizioni, alleanze, liste civiche. Sui programmi, silenzio totale. Siccome destra e sinistra esistono eccome, anche se Beppe Grillo dice di no, un elettore medio di sinistra (non il comandante Marcos) a un eventuale governo progressista chiederebbe: abolirete la legge Biagi? Farete tornare l’articolo 18 così com’era? Inchioderete i Marchionne di questo Paese alle proprie responsabilità? Metterete una patrimoniale vera? Riporterete a casa le truppe in Afghanistan e in Iraq? Garantirete a due persone dello stesso sesso la possibilità di sposarsi? Il testamento biologico sarà finalmente legge?

Chi conosce minimamente il Pd, così com’è composto e guidato oggi, sa che la risposta a queste sette semplicissime domande è “no”. Ecco perché il Pd non è di sinistra. Ed ecco perché continuare a sperare in un ravvedimento di chi lo guida è tempo perso. (Ps: nel Pd una cosa bella c’è. Sono gran parte dei suoi militanti e simpatizzanti, che invece direbbero dei convinti “sì” a quelle sette – banalissime – richieste).

Matteo Pucciarelli

via Pucciarelli: ecco perché il Pd non è un partito di sinistra | AgsCosmoWeb.

Ottimo articolo di Pucciarelli. Io la penso esattamente allo stesso modo:

Nella frase “levarsi dai coglioni il mondo del lavoro per sposare il mondo dei datori di lavoro” ha detto praticamente tutto. Il passaggio è esiziale e mi sembra che il PD sia arrivato al punto di non ritorno; secondo me è ormai “irrifondabile”.

Sarà possibile trovare spazio in Parlamento per una nuova proposta, un nuovo soggetto politico che sappia veramente incarnare i temi e le proposte della sinistra moderata che, de facto, non esiste più?

Se si: quando?

Il sistema bancario ha il cancro – Guido Grossi


Guido GrossiVi invito a leggere questa nota di Guido Grossi Che vi aiuterà a capire quali siano i meccanismi della crisi della finanza che ci sta strozzando pian piano. La sua opinione è, secondo me, condivisibile per buona parte.

I capi di stato stanno confabulando per salvare le banche. Cerchiamo di capire. Il sistema bancario internazionale ha un cancro: la finanza. Si prende tutta la linfa vitale.

E’ solo per questo che non c’è più credito per aziende e famiglie.

Negli ultimi decenni è stato permesso alle banche che fanno credito commerciale di fare investimenti finanziari. Erano vietati. Nuove leggi hanno sistematicamente abolito tutti i divieti mentre il sistema veniva privatizzato. Perché è sbagliato?

Se io compro in borsa un titolo di una azienda che poi fallisce, perdo il mio capitale. Se una banca d’affari fa la stessa cosa, perde i suoi soldi. Ma il resto del mondo va avanti felice.

Se una banca commerciale, che fa depositi e prestiti con famiglie ed aziende specula sui mercati finanziari e perde i soldi.. crea problemi seri ad aziende  e famiglie perché le banche non investono il loro patrimonio privato ma un grossissimo multiplo del patrimonio, utilizzando soldi presi a prestito.

Non ci vuole uno scienziato per capire che è una grave imprudenza. Le attività vanno separate. Eppure, non solo è stato consentito: è stato incentivato. In due modi:

1) I regolamenti “prudenziali” (sic!) obbligano le banche ad avere un proprio patrimonio disponibile per far fronte alle eventuali perdite. Se prestano 100 euro ad una azienda  devono accantonare 8 euro di patrimonio. Se comprano un titolo della stessa azienda devono accantonare solo una piccola frazione di 8 euro. Se comprano un derivato sul quel titolo.. una frazione ancora più piccola. I regolamenti “prudenziali” incentivano l’investimento finanziario a scapito dell’economia reale.

2) Se i soldi vengono indirizzati più sui mercati finanziari che nell’economia reale, nascono inevitabilmente le bolle speculative: i valori dei titoli salgono anche se l’economia reale è ferma. Cosa fanno le banche centrali quando i mercati finanziari oscillano? Regalano montagne di liquidità alle banche private. Così le bolle continuano. Si spostano, continuano a crescere fino a livelli insostenibili.

Perché lo fanno, sono matti? Ignoranti? No, sono in conflitto d’interesse.

Le speculazioni finanziarie hanno provocato buchi enormi nei bilanci delle banche private. Nello stesso tempo, però, hanno arricchito i loro manager ed i loro migliori clienti.  Poche grandi banche d’investimento internazionali legate da intrecci azionari controllano tutta l’operatività sui mercati finanziari e sono in posizione tale da poter privilegiare alcuni clienti importanti, quelli che non perdono quasi mai, che hanno l’informazione giusta al momento giusto.

Si è creata prevalentemente così – e non con la bravura di qualcuno né con il sudore della fronte – l’élite. Il famoso 1% della popolazione mondiale che dall’altalena delle bolle speculative ha tratto enormi benefici. Assieme ad un potere immenso con il quale ha potuto “comprare” la politica, l’informazione, la ricerca che avalla un certo tipo di cultura e ci infila nella testa i miti della crescita, della competizione, dei mercati e quant’altro. Un potere che è riuscito ad influenzare i governi, le banche centrali, le istituzioni sopra nazionali che disegnano e mettono a punto il modello.

Chi fa i regolamenti “prudenziali”? Chi gestisce le banche centrali? Chi deve decidere se far scoppiare le bolle speculative e far fallire le banche oppure salvarle?

Organismi al confine fra il pubblico e il privato, nei quali le persone che decidono non sono scelte con metodi elettivi e democratici: sono cooptate all’interno di una cerchia di persone non propriamente larga, nata e cresciuta nella cultura neo liberista. Magari convinti in buona fede che sia il sistema migliore per far progredire il mondo. Persone comunque ricche, che appartengono all’élite ed hanno propri ingenti patrimoni personali il cui valore è fortemente legato a quel sistema.

Non ci interessano le teorie complottiste. Usiamo tempo ed intelligenza per osservare i fatti. Torniamo alle banche, piene di buchi nei bilanci. Buon senso vorrebbe che le perdite degli investimenti finanziari si esauriscano per quello che sono: capitale bruciato. Chi ha sbagliato paga e chi lo ha fatto per conto d’altri perde il posto. Vi sembra che prevalga il buon senso?

L’attuale classe dirigente e le persone che dovrebbero tirarci fuori dai problemi, cosa decideranno: di lasciar svanire quel castello di carta come sarebbe giusto? O si arrampicherà sugli specchi per salvare il salvabile del castello nel quale sono stabilmente insediati?

Con la scusa che le banche fanno anche credito commerciale, e che quindi se falliscono rovinano le aziende e le imprese… ci stanno raccontando che è nostro dovere salvarle!

Sono ammalate di cancro. Non sono curabili. Ma ci chiedono sacrifici enormi per attaccarle alla spina e salvarle.

Alzi la mano che ha udito una proposta proveniente dagli stessi ambienti che miri a curare il male alla radice. Pannicelli caldi: Tobin tax, blind trust, nuovi regolamenti, agenzie di supervisori.. Ma pensano che la gente abbia tutta l’anello al naso??

E’ tristissimo dover constatare quanto le Istituzioni dell’Unione Europea – che non ha mai avuto il coraggio di farsi Stato – si siano trasformate in strumento di difesa acritica dei mercati finanziari. Ci raccontano che, se non salviamo le banche (queste banche piene di cancro finanziario), studi autorevoli prevedono: “crollo dell’economia.. crollo degli stati.. Inflazione incontrollabile, recessione, disperazione”. Ci spaventano per indurci ad accettare nuovi  sacrifici. Nuovo debito pubblico che con l’altra mano ci stanno imponendo di ridurre!!

L’unica certezza è che se fallissero queste  banche, a crollare con fragore sarebbe sicuramente la ricchezza ed il potere dell’élite che da questo sistema privato ha tratto enormi e ingiustificati profitti e privilegi. Solo dalla separazione delle due attività e dal conseguente fallimento della finanza, si potranno liberare, finalmente, le risorse per la crescita del benessere dei cittadini.Un buon motivo per tentare di toglierci la democrazia: i cittadini sovrani sanno esattamente quale scelta sia più giusta e conveniente.

“Ritorno alla sostenibilità” – Guido Grossi


Immagine profilo Guido Grossi

Guido Grossi

Salve a tutti,

Oggi voglio parlarvi e riportarvi un’articolo che ho letto stamattina su Facebook. Ebbene si: anche su Facebook si trovano spunti interessanti di ragionamento che, a volte, possono aiutarci nella comprensione dei fenomeni macroeconomici che ci stanno interessando, quand’anche non “travolgendo” nell’ultimo periodo.

Alla luce di tutto questo, vi consiglio di leggere lo scritto che segue, ad opera di Guido Grossi, partecipante al gruppo aperto di Facebook “Italian default: il fallimento di una classe dirigente“; parla del nostro debito pubblico e di 2 ricette facili facili (all’apparenza) per restituire credito, solidità, accessibilità alla nostra economia nazionale. Insomma, in una parola, SOSTENIBILITA’.

“Ritorno alla sostenibilità” pubblicato da Guido Grossi il giorno martedì 14 febbraio 2012 alle ore 13.26

La mia posizione professionale di responsabile della struttura centrale dei mercati finanziari di una grande banca italiana mi ha posto in posizione privilegiata per osservare il tema del debito pubblico da un angolo visuale non comune: Il collocamento e la negoziazione dei titoli di stato. Anche alla luce dei diversi effetti che il possesso dei titoli da parte dei vari soggetti coinvolti può produrre sul livello dei tassi di interesse e sulle possibilità di collocamento.

Vorrei sottoporvi le mie riflessioni che sfociano in una possibile proposta. Diversa, per i motivi enunciati, da quelle che circolano in materia. Frutto di un lungo confronto con amici e conoscenti.

Scusandomi in anticipo per la inevitabile lunghezza del testo (e la mia limitata capacità di sintesi).

Il dilagare della finanza avvenuto negli ultimi decenni (negoziazione in titoli e derivati) ha comportato il passaggio di una quota consistente di titoli di stato dai portafogli dell’operatore famiglia ai portafogli degli investitori istituzionali esteri (600-800 miliardi, pari a circa il 40% dello stock).

Un grave effetto collaterale non positivo – a suo tempo difficilmente prevedibile – si è prodotto sulla stabilità dei corsi dei titoli e, quindi, sul livello di tasso d’interesse che deve essere sostenuto per il regolare collocamento.

In un paragone con una azienda familiare, è stato come passare dall’autofinanziamento, basato sulle risorse di genitori, fratelli e sorelle, al credito bancario, nella forma più critica dello scoperto di conto, revocabile in qualsiasi momento. Una spada di Damocle sulla testa del debitore.

L’idea che i mercati finanziari siano efficienti nella valutazione dei rischi, e che i professionisti che operano nella gestione degli investimenti siano esseri freddi e razionali è quanto di più distante si possa immaginare dalla realtà.

Gli investitori istituzionali hanno un obiettivo temporale di cortissimo respiro, hanno a disposizione mercati tecnologicamente efficientissimi che consentono la vendita delle posizioni in pochissimo tempo, elevata a potenza dall’uso dei derivati. Usano tecniche di valutazione che si basano sull’osservazione in tempo reale di innumerevoli variabili su innumerevoli mercati. Gli accadimenti su un qualsiasi mercato si ripercuotono sugli altri in maniera immediata e – spesso – ingiustificata. Accadimenti esterni possono provocare – e provocano – crisi dei prezzi assolutamente scollegate dalla valutazione dei “fondamentali” economici.

Monti ce lo ripete da tempo: i fondamentali dell’Italia non giustificano l’attuale livello dei prezzi, dello spread. L’Italia sta pagando sui suoi titoli un livello di tasso di interesse assolutamente non giustificato dalla situazione finanziaria complessiva del paese. 

Mi permetto di ricordare l’importanza di alcune grandezze finanziarie, come il valore del patrimonio pubblico e la ricchezza privata delle famiglie. Considerando anche queste, oltre al PIL, la valutazione della nostra posizione debitoria, nel confronto con gli altri paesi, appare decisamente diversa. Risulta dagli studi di Banca d’Italia. Di gran lunga più sostenibile di moltissimi altri, oggi apparentemente immuni da crisi ma che rischiano una vera e propria involuzione a causa di una situazione di debito privato, oltre che pubblico, abnorme (e non pubblicizzata).

Resta il fatto, con la sua conseguenza spiacevolissima. Il guaio, infatti, è che il livello dei tassi d’interesse di Bot e Btp è salito in maniera enorme negli ultimi mesi solo per effetti distorsivi operati dai mercati finanziari.

E’ passato da “sostenibile” a “insostenibile”. Differenza grave, pericolosissima e ingiustificata.

Fa bene Monti a correre a Londra e a New York a spiegare al mondo della finanza le nostre virtù.

Ma del mondo della finanza sarebbe molto meglio diffidare e trovare il modo di farne decisamente a meno.

L’idea che è nata dall’osservazione dei recenti accadimenti, discussa già con molti amici e conoscenti, è quella di tornare ad una gestione domestica del problema del debito. Le risorse ci sono.

Il passaggio dalla dimensione “familiare” a quella bancaria non è stato causato dalla crescita del debito. I motivi sono complessi ma per ora è meglio tralasciarli. Quello che conta è che le risorse domestiche sono abbondanti, e vengono utilizzate diversamente.

Basti dire che le famiglie italiane detengono nei loro portafogli 400 miliardi di titoli di stato esteri, che sono spesso più rischiosi dei titoli italiani e quasi sempre hanno rendimenti inferiori. Oppure ricordare il valore di stock della ricchezza privata delle famiglie: superiore ad 8000 miliardi, ben oltre quattro volte l’intero ammontare del debito pubblico. La stima del patrimonio pubblico è più difficile ma la consistenza complessiva supera ampiamente lo stock del debito.

Le risorse ci sono, dunque. Utilizziamole.

Ci sono due modi che possono essere efficaci per convincere le famiglie italiane a tornare ad acquistare Bot e Btp.

1. Rendere sicuro e conveniente l’investimento.

Lo si può fare mettendo il patrimonio pubblico a garanzia del rimborso dei titoli acquistati e detenuti dalle famiglie italiane. Escludendo accuratamente e categoricamente la garanzia per gli investitori esteri.

Non è di immediata comprensione la cosa, perché il grande pubblico ignora la circostanza che i titoli di stato non solo non sono garantiti da nessun bene reale, ma neppure da alcuna procedura esecutiva. Se uno stato fallisce, non rimborsa i suoi debiti e nessun giudice può intervenire ad aggredire i suoi beni per soddisfare i creditori. La negoziazione con i creditori (come oggi in Grecia) avviene esclusivamente per assicurarsi prestiti successivi.

E’ importante spiegarlo, anche alla luce di quanto sta avvenendo oggi. Nelle passate esperienze di default controllati (negoziati con i creditori) gli stati hanno sempre privilegiato gli operatori famiglie nazionali, per ovvi motivi. Quello che sta avvenendo in questi giorni in Grecia è grave, perché modifica le regole del gioco. In un eventuale futuro default saranno rimborsati prima i fondi europei, gli investitori istituzionali e solo per ultimi, gli operatori privati.

E’ necessario operare per tempo.

L’effetto principale della manovra sarebbe quello di riportare il costo degli interessi ben al di sotto di quelli antecedenti la crisi degli ultimi mesi. Contribuendo in maniera consistente al contenimento del debito.

Riportando la situazione nell’ambito della “sostenibilità”.

La proposta ha il pregio collaterale di mettere al sicuro il patrimonio pubblico dalla tentazione di venderlo (svenderlo) per fare cassa. Tentazione non ipotetica: ripetutamente si affaccia.

Quel patrimonio non è nostro. Proviene dai nostri padri ed appartiene ai figli dei nostri figli. La nostra generazione non ha il diritto di utilizzarlo per coprire le dissennate spese che abbiamo tollerato nei decenni passati.

2. C’è un’altra fonte di ricchezza privata di grande entità che deve essere utilizzata per il buon fine di salvare la situazione. I fondi neri detenuti illegalmente all’estero.

Voi tutti sapete che Francia Germania ed altri hanno concepito l’idea di tassare con aliquote intorno al 30% quei fondi, depositati prevalentemente in Svizzera. E’ possibile fare di meglio.

Con il crescente malumore nei confronti della finanza speculativa e dei suoi privilegi, è venuto il momento di aggredire con determinazione il tema del segreto bancario e dei paradisi fiscali. Una legislazione decisa in materia avrebbe una potenzialità enorme per il nostro paese. Se l’evasione stimata in un anno si aggira intorno ai 150 miliardi di euro, immaginate voi l’entità dello stock di ricchezza detenuto dagli Italiani all’estero, accumulato negli anni.

Qualsiasi azione che abbia come obiettivo la riduzione del debito, deve guardare in quella direzione con estremo interesse. Non solo per l’entità della posta. Ma anche perché si tratta di risorse che, almeno in parte, non sono attualmente dentro il sistema.

Sottrarre con tasse o altri metodi risorse al sistema produttivo, comporta oggi una inevitabile aggravarsi della recessione. E date le condizioni pessime del ciclo interno ed internazionale, si tratterebbe di manovre rischiose e comunque dolorose.

Trovare risorse esterne è una strada decisamente più allettante, almeno al momento.

Questa è la proposta.

I detentori di capitali a nero:

– dichiarano il possesso;

– pagano una tassa sul patrimonio del 10 – 15%;

– Investono una somma pari al 70% in titoli di stato a lungo termine che hanno tassi contenuti (1,5-3%) e sono garantiti da patrimonio pubblico;

– hanno la garanzia che non saranno previste in futuro tasse ad hoc su quei capitali.

La mancata adesione alla proposta configura un nuovo reato che è punibile con:

– Il pagamento del 120% delle somme scoperte (che vuol dire sequestro integrale più un ulteriore 20% da pagare);

– una pena detentiva da 5 a 20 anni (il massimo edittale garantisce tempi molto lunghi per la prescrizione ed innalza la possibilità di essere scoperti in futuro);

– è perseguibile con un procedimento esecutivo ad hoc, breve ed efficiente, che limiti la possibilità di contrattare una riduzione della pena, garantendone l’applicazione.

Non è certo che l’adesione sarebbe massiccia. Però la riduzione dei margini di copertura del segreto bancario e la lotta decisa contro i paradisi fiscali, uniti alla durezza delle pene previste in caso di successiva emersione, potrebbero rappresentare una spinta non indifferente al successo dell’iniziativa.

C’è un vantaggio collaterale importante che discende dall’azione proposta. L’emersione dell’economia sommersa che ragionevolmente ne potrebbe conseguire.

Quella emersione comporta l’innalzamento automatico del valore nominale del PIL, contribuendo anche per questa strada a ricondurre la situazione del debito verso valori più accettabili e gestibili.

L’unione di questa proposta, poi, con quella dell’associazione art. 53 in materia di riforma fiscale, favorirebbe contemporaneamente il recupero di somme evase in passato e l’emersione del sommerso presente e futuro, con un effetto positivo enorme sul PIL e sul gettito.

L’obiettivo di riportare il problema del debito pubblico del nostro paese nell’ambito della normalità e della sostenibilità è di una importanza oggi non rinunciabile.

La straordinarietà verso la quale ci hanno spinto sicuramente la nostra innegabile leggerezza e la scarsa credibilità non deve occultarci l’aspetto fondamentale odierno: sono i meccanismi perversi e irrazionali dei mercati finanziari che hanno spinto la situazione verso la “non sostenibilità”. Questi devono essere spezzati con coraggio, perché le soluzioni indicate dalla fretta, dalla paura e dai sensi di colpa non potranno essere buone soluzioni.

Facciamola valere, la nostra credibilità. Il nostro orgoglio di essere italiani.

L’aiuto economico e finanziario che chiediamo come Paese all’estero non sarà mai fraterno, mai disinteressato. Mai conveniente. La Grecia ci sia d’esempio.

L’Italia ha risorse umane e finanziarie enormi. Ha urgente bisogno di riscoprire i propri valori e le proprie possibilità. Valore che le scelte degli ultimi decenni hanno purtroppo offuscato, ingenerando sensi di colpa e paure che non ci aiutano a vedere con chiarezza. E’ tempo di aprire gli occhi, perché i rischi che incombono sono elevati.

Concludo tornando al paragone iniziale: l’azienda familiare che ha deciso di fare ricorso allo scoperto di conto bancario –  che la banca può revocare a piacimento e in qualsiasi momento – deve sapere, con consapevolezza e responsabilità, che quel supporto sarà disponibile solo fino a quando le cose vanno per il verso giusto.

L’inizio delle difficoltà farà sparire quel sostegno, o lo farà diventare sempre più gravoso, insostenibile, causa esso stesso del precipitare di una crisi che, per altri versi, sarebbe stata sicuramente gestibile e risolvibile.

Usciamo, in fretta, da questa situazione perniciosa.

Attendo i vostri commenti!!!