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Olli Rehn propone di ridurre i salari del 10% per rilanciare la crescita


Olli Rehn - Commissario UE per gli affari economiciDal profilo di Focus Economia – Radio24 – Il sole24ore:
“Secco ‘no’ dei sindacati europei alla proposta di Olli Rehn di ridurre i salari del 10% per rilanciare la crescita. ”Aggrapparsi all’austerità e alla riduzione dei salari non e’ la risposta giusta”, ha scritto la Confederazione dei sindacati europei (Ces) in una lettera aperta al vicepresidente della Commissione europea e responsabile per gli affari economici e monetari, con cui ”respinge la proposta di erosione salariale in Spagna allo scopo di riprodurre i successi irlandese e lettone’‘.

Ndr: la proposta di Rehn prendeva spunto da uno studio del Fondo monetario internazionale in cui si suggeriva alla Spagna una generalizzata riduzione delle retribuzioni del 10% per due anni. Una mossa, che secondo l’Fmi, produrrebbe significativi benefici in termini di crescita economica e di aumento dell’occupazione.”

Se non vi è chiaro cosa volesse veramente dire Rehn in questi stralci, vi aiuto io.

Secondo me il sig. Rehn voleva dire: “Visto che il PIL cinese cresce del 7,5% all’anno, sfruttando il lavoro dei cinesi in favore del benessere di pochi burocrati appartenenti all’apparato del Partito Comunista Cinese, perché non vi fate sfruttare un po’ anche voi come i cinesi? Così cresciamo anche noi!”.

Ma ‘sta gente qui non si rende conto della portata delle sue affermazioni? Non si accorge che la maggior parte degli abitanti del Sud Europa è con il cappio al collo?

Ma come, si dice che sta aumentando il numero di persone vicine alla soglia di povertà e Rehn cosa dice? “Già che ci siete, visto che site già poveri, fatevi tagliare anche il salario.”.

Io sono sinceramente allibito. E, badate bene, io di solito vado contro i Sindacati ma non posso non indignarmi davanti a questa proposta.

Dove sarebbe poi la garanzia di aumento dell’occupazione? Sappiamo bene in Italia una misura del genere a cosa porterebbe:

  1. Diminuzione immediata della già bassa produttività;
  2. Diminuzione ulteriore dei consumi interni;
  3. Aumento della fascia di popolazione alla soglia della povertà;
  4. Aumento pressoché zero dell’occupazione (chi è con l’acqua alla gola, come gli imprenditori italiani, non si sogna certo di aumentare il personale. Anzi: sarebbe solo contento di tenersi i salariati che già ha con un costo minore).

Ok Olli, abbiamo scherzato. Adesso però dicci qualcosa di veramente serio e risolutivo, sù!

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Debito pubblico e crescita economica: una relazione tutta da verificare


Andrea F Presbitero

Andrea F Presbitero
Assistant Professor, Department of Economics, Università Politecnica delle Marche

È stato recentemente pubblicato su VoxEu.org un rilevante articolo del professore Andrea Presbitero (docente di Politica Economica della Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche) con il professor Ugo Panizza (direttore dell’unità di ricerca sul debito e la finanza dell’UNCTAD e docente di Econometria ed economia dello sviluppo al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra), dal titolo “Il debito pubblico interagisce negativamente con la crescita economica?”.

L’importanza del contributo dei due studiosi risiede nell’analisi che essi conducono dei dati della crisi attuale per verificare se esista o no un nesso di causa/effetto tra debito pubblico e crescita economica in un campione di paesi industrializzati.
Verificare se elevati livelli di debito pubblico generino un effetto negativo sulla crescita economica è una questione di politica economica particolarmente rilevante. Ora, una risposta affermativa implicherebbe che, sebbene efficaci nel breve periodo, politiche fiscali espansive che fanno aumentare il rapporto debito/Pil potrebbero rallentare la crescita di lungo periodo, annullando parzialmente o completamente l’effetto positivo dello stimolo fiscale.
La maggior parte dei policy-makers sembra ritenere che il debito riduca la crescita economica. Si tratta di un’opinione in linea con i risultati di una fiorente letteratura empirica che mostra l’esistenza di una correlazione negativa tra debito pubblico e crescita economica. Tuttavia, correlazione non implica causalità. Il legame tra debito e crescita potrebbe scaturire dal fatto che è la ridotta crescita economica a generare elevati livelli di debito pubblico.

In un recente studio, basato su un campione di paesi Ocse, applicando tecniche econometriche che permettono di verificare se esista o no un nesso di causalità tra debito e crescita economica, risulta che non c’è alcuna evidenza statistica a sostegno dell’ipotesi che un elevato debito pubblico possa nuocere alla futura crescita delle economie avanzate. Pertanto, i professori Presbitero e Panizza mettono in guardia dall’usare la relazione tra debito e crescita come uno degli argomenti a favore del consolidamento fiscale.
In sintesi, l’interpretazione dell’evidenza empirica sulla relazione tra debito pubblico e crescita nelle economie avanzate può essere così sintetizzata:

1) molti studi mostrano come il debito sia negativamente correlato con la crescita economica;

2) nessun lavoro dimostra in maniera incontrovertibile che il debito genera un effetto causale sulla crescita;

3) lo studio suggerisce che il nesso di causalità non esiste.
Benché certi della solidità dei loro risultati, i due ricercatori sono consapevoli del fatto che possono apparire controversi. Tuttavia, i primi due punti rimangono indiscutibili. Pertanto, che il debito pubblico abbia un effetto causale negativo sulla crescita economica rimane un fatto ancora da dimostrare.

Da una rilevante ricerca del professor Andrea F. Presbitero con Ugo Panizza