Un blog molto personale…

proviamo a capire qualcosa di più!

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Personalissima analisi della campagna elettorale


schieramenti politiche 2013

Che campagna elettorale di merda stiamo “subendo” in questo periodo?

Tutti i programmi letti in questi 2 mesi parlano di: fare questo, fare quell’altro, pagare di meno, spendere di più per questo e quello.

Ma gli italiani lo sanno a quanto ammonta il nostro debito? Lo sanno che forse si renderà necessaria un’altra manovra per pagarne gli interessi? Lo sanno che a luglio aumenterà l’IVA di un altro punto percentuale, come già programmato? Evidentemente no.

E invece stiamo qui a parlare di riduzione dell’IRAP, di abolizione dell’IMU sulla prima casa.

Ma dove li dovrebbe prendere i soldi lo Stato? Dalla riduzione dei parlamentari? ma per favore!

Quanto ci piace farci prendere per il culo! Guardate bene tra le pieghe di quello che leggete, fatelo per voi.

Quando qualcuno vi dice che farà qualcosa a titolo oneroso chiedetegli anche dove troverà le risorse per farlo!

Lo sapete che il programma del PDL, per esempio, costa qualcosa come 60 miliardi di Euro? Quello del PD circa 12 miliardi e quello di Monti circa 30 miliardi? No? MALE!

 Quello di Grillo nemmeno lo prendo in considerazione perché a livello di politica economica sembra solo una lista di belle intenzioni e non dice un cazzo di pratico.

Se volete continuare a vivere in un paese con una speranza futura, preoccupatevi di votare chi vi dirà che non ridurrà subito le tasse, scemi di guerra!

Votate chi vi dirà che, piuttosto, nel medio termine farà le grandi riforme a costo zero che frenano l’economia reale ed il lavoro:

  • riforma della giustizia;
  • riforma dell’apparato burocratico;
  • separazione delle banche di affari dalle banche commerciali;
  • riduzione del debito.

Qualcuno ne parla? Mi sa di no…

Ebbene queste sono le riforme che frenano gli investimenti, che frenano la ripartenza dell’economia, l’export (nostra unica salvezza visto che la domanda interna è e sarà a livelli da seconda guerra mondiale ancora per molto) e la creazione di posti di lavoro.

Svegliatevi vecchi sonnecchiatori che guardate questi politici in TV e nelle piazze!  

SPEGNETE LA TV E NON IL CERVELLO!

Le manifestazioni in Argentina


Manifestazioni in ArgentinaDal Post.it: Le manifestazioni in Argentina | Il Post.
Qualcosa non mi quadra: ma non era l’Argentina sulla strada maestra? Non eravamo noi i coglioni che, invece, non siamo andati in default?

“illo tempore” fui criticato per questo articolo. E ora? Tutti ancora convinti che la strada dell’economia argentina sia in discesa?

Piano con i giudizi affrettati: ok svalutare ma, alla fine, i soldi diventano carta straccia!

Brusells spinge per ampliare i poteri della BCE


Guido Grossi 99%

Articolo del Financial Times: Brussels pushes for wide ECB powers – FT.com.

Intanto, partiamo da una considerazione sul modo con cui si formano le leggi nell’Unione Europea.

Poche settimane fa il Parlamento Europeo, unico organo dell’Unione eletto direttamente dai cittadini, ha proposto alla Commissione di rivedere i poteri della BCE, per rafforzare la sua missione di prestatrice di ultima istanza. Una banca centrale che si rispetti dovrebbe assolutamente avere queste competenze. Lo fa la FED in America, lo fa la Boj in Giappone, lo fa Boe in GB e, guarda caso, quei paesi riescono tranquillamente a finanziare il loro debito pubblico a tassi bassissimi.

Ma la Commissione Europea non ha concesso al Parlamento il permesso di discutere la riforma. Stupiti? ebbene si: il Parlamento non ha il diritto di discutere una nuova legge (salvo alcune materie marginali) se non viene concesso dalla Commissione. La Commissione, ricordiamo, è un organo i cui membri sono nominati dai governi nazionali, salvo il Presidente, nominato dal Parlamento.

Invece di dare corso alla proposta intelligente del Parlamento, la Commissione lavora su un altro progetto, quello descritto nell’articolo del FT: rafforzare il potere centrale della BCE sul controllo del sistema bancario europeo. Questa sua proposta, per diventare legge, avrà bisogno dell’approvazione… del Parlamento.. viene da pensare. Ebbene no. L’approvazione viene dai capi di governo dei paesi membri.

Le leggi nell’Unione Europea le fa l’esecutivo, senza che il Parlamento possa intervenire. Strano, no?
E pensiamo bene che con le “cessioni” di sovranità fatte in maniera non trasparente e sostanzialmente illegittima dai nostri rappresentanti.. le leggi dell’Unione sono poste al di sopra delle leggi nazionali. Persino delle norme della nostra Costituzione della Repubblica.

Le norme emanate dall’esecutivo europeo prevalgono sulla nostra Costituzione !

Ma entriamo ora nel merito. La funzione di controllo ed il potere di salvataggio e ristrutturazione di una banca è importante. Questa competenza viene trasferita, secondo la proposta della Commissione, interamente alla BCE (mentre qualcuno auspica un intervento persino del FMI..ma che centra??). Ora, salvare una banca è importante, perché la banca contiene i risparmi dei cittadini, che vanno giustamente salvaguardati. Inoltre la banca svolge la funzione di finanziare l’economia reale.

Ma, se una banca perde i suoi soldi perché sbaglia sistematicamente investimenti; se troppi di questi investimenti vengono fatti sui mercati finanziari, rischiosi, oscuri persino per la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori (parlo per esperienza personale) anziché nell’economia reale; ci vogliamo domandare perché deve essere salvata. Salvata con fondi pubblici ?

L’esperienza insegna che neppure i manager vengono sostituiti, in queste occasioni. Al massimo vengono spostati in un’altra banca ..

Se la BCE vuole fare qualcosa di buono, dovrebbe lasciar fallire le banche che non sono state capaci di fare un buon lavoro. Usare il fondi di garanzia per risarcire i depositanti. Usare moneta creata ad hoc da lei stessa per coprire l’eventuale ammanco. In fondo, l’ammanco è una distruzione di base monetaria. immetterne di fresca servirebbe solo a ripristinare un sano equilibrio. Servirebbe anche a far emergere quelle istituzioni che lavorano meglio.. che non commettono errori quando decidono come investire i soldi dei depositanti.

Ma non ci pensano proprio a fare una cosa del genere. Non è l’interesse pubblico che hanno a cuore.

Anche nel campo del credito commerciale, i regolamenti approvati dalla BCE, anziché salvaguardare il sistema, hanno spinto le banche ad abbassare la guardia e la professionalità delle persone addette alla valutazione del merito creditizio. NOn è un caso che tanti prestiti risultano fatti alle aziende o alle persone sbagliate. Una volta quello che contava era la conoscenza personale. La banca prestava soldi alle aziende perché le conosceva personalmente in maniera approfondita. Una conoscenza basata sulle persone. I nuovi metodi si basano sulla presunta scientificità di modelli matematico/statistici. Si buttano un po’ di dati nel computer.. e si vede se una azienda o un privato cittadino è meritevole di ricevere un prestito. NON può funzionare. La realtà e troppo complessa per essere rappresentata – con sufficiente sicurezza scientifica – in un computer. La filosofia di questi sistemi si basa sulla constatazione che un certo numero di prestiti fatti ad aziende con certe caratteristiche non sarà restituito. Non è che si corre ai ripari. Si ripartisce il rischio. Si evita la concentrazione.. e si va avanti.

La filosofia di questi sitemi, in realtà, favorisce l’espansione del credito.. e chiude un occhio sui rischi.

Basta osservare quello che viene tollerato sui derivati e sui mercati finanziari. Scommessa allo stato puro. Anzi, peggio: siamo nel campo della truffa.

Eppure, gli stessi regolamenti rendono estremamente più conveniente per le banche investire sui mercati finanziari anziché nell’economia reale. Investire nei derivati richiede alle banche una disponibilità di capitale minore che non investire nell’economia reale !

Queste le scelte imposte dai nostri “regolatori”.

Allora, se le banche hanno perso la capacità di valutare correttamente il merito creditizio, e vengono stimolate a scommettere sui mercati finanziari piuttosto che nell’economia reale, domandiamoci perché devono essere salvate con enormi quantità di risorse pubbliche?

E perché dovrebbe essere proprio la BCE a decidere se farlo. La stessa che favorisce quei regolamenti che le spingono a sbagliare?

Vogliamo per cortesia mettere il naso dentro questa BCE e dentro questa Commissione e dentro i Governi per capire bene se queste persone stanno tutelando gli interessi dei cittadini europei, oppure se stanno facendo esclusivamente il gioco della speculazione, che è l’unica che ci guadagna dall’espansione non controllata del credito e dall’afflusso costante di risorse sui mercati finanziari ?

Non siamo in buone mani.

Invece di risolvere alla radice i problemi, fanno di tutto per alimentarli: ne traggono benefici personali. Perché il mondo della finanza è in grado di essere molto riconoscente nei confronti di chi asseconda i propri interessi.

La BCE ha già erogato 1000 miliardi di euro per sostenere questo sistema bancario privato, sapendo perfettamente che quelle risorse sarebbero finite sui mercati finanziari e non nell’economia reale.

Ora si vogliono stanziare 500 miliardi di euro direttamente per salvare le banche europee in difficoltà (cioè le banche che hanno sbagliato investimenti) dandone il potere alla BCE ed escludendo accuratamente ogni autorità nazionale.. coinvolgendo il FMI (controllato dagli USA..)

Con 100 miliardi si da un buon lavoro a 5 milioni di persone…

Ma non ci sono risorse per queste cose.. ci vogliono far credere

Questi signori che giocano con le nostre vite devono essere inchiodate alla responsabilità delle scelte scellerate che ci impongono (impongono dietro ricatto). Si nascondono dietro il paravento di una finta competenza tecnica: scelgono, politicamente, di mandarci in rovina, e lo fanno esclusivamente per incrementare le proprie ricchezze e il proprio potere.

Troppe persone per bene, colte, istruite, dotate di capacità critica, sperano ancora che questi “tecnici” ci salveranno.

A tanto è arrivata la manipolazione delle informazioni.

Svegliamoci, incontriamoci, parliamone. Non siamo più cittadini sovrani, siamo sudditi. Abbiamo la responsabilità di prendere coscienza del nostro stato di sudditanza e di ribellarci.

Prima che sia troppo tardi.
di Guido Grossi

Come non condividere, anche se non “in toto”, la parte sulle continue e scellerate scommesse finanziarie fatte continuamente sulla nostra pelle e incentivate dall’establishment europeo? Non ne capisco sinceramente il senso.

Eppure, con un po’ di buon senso, basterebbe così poco per ripristinare la cara vecchia separazione tra banche commerciali e banche d’investimento…

Citando un odiato e chiacchierato uomo politoco: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”!

L’Argentina è di nuovo vicina al default?


Cristina Kirchner“Il Financial Times ha scritto che da venerdì scorso è entrato in vigore un provvedimento del governo argentino che vieta agli abitanti di convertire i loro pesos in dollari. Comprare dollari è uno dei pochi modi che hanno gli argentini per proteggersi dall’inflazione (oltre che per viaggiare all’estero, importare prodotti e fare molte altre cose). Si tratta dell’ultima di una serie di decisioni del governo (un mix di misure di protezionismo e politiche monetarie poco ortodosse) che hanno lasciato scettici economisti e analisti finanziari, e hanno fatto nascere il timore che l’Argentina sia nuovamente vicina a fare bancarotta.

L’Argentina si è già trovata nella situazione di non poter far fronte ai pagamenti degli interessi sul debito. È accaduto l’ultima volta negli ultimi giorni del 2001 (Piercamillo Falasca ha spiegato l’evento e le sue conseguenze su Epistemes.org). Da allora l’economia argentina è riuscita a crescere, anche se non ha mai raggiunto i livelli pre-default. Per la presidenta Cristina Kirchner l’obbiettivo del 2012 è di raggiungere una crescita del PIL pari al 4,5-7,5% (la stima mssima del Fondo monetario internazionale è del 4,2%). Per ottenere questo risultato, Kirchner ha aumentato la spesa pubblica, tanto che nel 2012, probabilmente, il bilancio si chiuderà con il primo deficit primario (cioè le spese dello stato supereranno le entrate, prima ancora che vengano conteggiate le spese per interessi sul debito) dopo anni.”

Il resto dell’articolo, molto molto interessante, si trova qui: L’Argentina è di nuovo vicina al default? | Il Post.

Il guaio della Grecia non è la Grecia


Euro grecoPaul Krugman spiega la profonda crisi economica del paese e perché potrà essere solo risolta da un cambio di politiche dell’Unione Europea

Paul Krugman è stato insignito con il premio Nobel per l’economia nel 2008 ed è uno dei più noti e autorevoli osservatori delle dinamiche economiche su scala globale. Tra le altre cose, è anche columnist del New York Times e da mesi scrive articoli estremamente critici nei confronti dell’Unione Europea, e delle soluzioni che ha fino a ora adottato per superare la propria crisi economica. Nel suo ultimo articolo, Krugman si occupa della Grecia rispolverando una cosa che va dicendo da tempo: le cause della profonda crisi del paese non sono solamente interne, ma in buona parte esterne e dovute alle scelte adottate a Bruxelles, Francoforte e Berlino. Le autorità europee e alcuni leader hanno creato un sistema monetario con molte falle e ora gli stessi pensano di essere la soluzione alla crisi.

(La fine dell’euro in 4 mosse)

Naturalmente i problemi in Grecia ci sono eccome, a partire dagli alti livelli di corruzione e di evasione fiscale. Il paese ha vissuto ben al di sopra delle proprie possibilità, accumulando debiti. Ci sono però anche molti luoghi comuni sulla Grecia, scrive Krugman. Non è per esempio vero che i greci sono pigri: lavorano per più ore al giorno rispetto alla media europea, e soprattutto di più dei tedeschi. La spesa pubblica per lo stato sociale non è così alta come viene dipinta ed è lontana da quanto si spende in proporzione in Germania e in Svezia.

E quindi come ha fatto la Grecia a mettersi così nei guai? Colpa dell’euro, dice l’economista, che da sempre è scettico sulla moneta unica europea. Quindici anni fa la Grecia non era certo un paradiso, ma non era nemmeno in una profonda crisi economica. Il livello di disoccupazione era alto, ma non a livelli catastrofici, e il paese se la cavava con il pagamento dei propri debiti sui mercati internazionali, ottenendo risorse a sufficienza soprattutto dalle esportazioni e dal turismo. Poi la Grecia si unì all’euro, e le cose cambiarono.

Le persone iniziarono a pensare che si trattasse di un posto sicuro in cui fare investimenti. Il denaro estero arrivò in grandi quantità in Grecia, usato in parte per finanziare i debiti del governo; l’economia esplose; l’inflazione crebbe; e la Grecia divenne sempre meno competitiva. I greci spesero buona parte del denaro che arrivò nel paese, cosa che iniziarono a fare anche tutti gli altri rimasti inclusi nella bolla dell’euro. Poi la bolla scoppiò e tutto d’un tratto divennero visibili le falle del sistema euro.

Krugman invita a confrontare il sistema dell’Unione Europea con quello degli Stati Uniti e a chiedersi come mai il secondo non abbia i problemi che sta affrontando ora l’Europa. La risposta è che negli USA c’è un governo centrale molto più forte, che se necessario concede denaro e attua altre soluzioni incisive per ripianare i problemi degli Stati in difficoltà. In Florida il crollo del mercato immobiliare è stato compensato dagli aiuti di Washington, evitando che lo Stato dovesse fare da solo i conti, riducendo le spese per lo stato sociale e adottando misure di austerità. Negli anni Ottanta successe qualcosa di analogo con il Texas con la crisi dei depositi e dei prestiti: «I contribuenti finirono col pagare una somma enorme di denaro per rimettere a posto le cose, ma buona parte di quei contribuenti non abitava in Texas. Di nuovo, lo stato ricevette una serie di aiuti su una scala inimmaginabile per la moderna Europa».

(Le conseguenze perverse dell’austerità)

La Grecia per Krugman è quindi nei guai in buona parte a causa “dell’arroganza delle autorità europee”, soprattutto dei paesi più ricchi, che si sono autoconvinti di poter far funzionare una moneta unica senza un governo unitario. E le stesse autorità si sono anche autoconvinte che il problema sia stato causato dall’irresponsabilità dei cosiddetti paesi della periferia del sistema euro, come Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia, e che quindi spetti a questi adottare rigide misure di austerità per superare la crisi senza pesare troppo sul resto dell’Unione.

Krugman conclude ricordando che non possono essere solo i greci a risolvere la loro crisi, perché molte delle cause sono esterne e in un certo senso indipendenti dalla Grecia. In tutto questo l’euro continua a essere in pericolo è c’è solo un modo per poterlo (forse) salvare: Germania e Banca Centrale Europea devono capire che è arrivato il momento di cambiare strategia, di spendere più risorse e di accettare l’aumento dell’inflazione. Senza queste soluzioni “la Grecia affonderà a causa dell’altrui supponenza”.

via Il guaio della Grecia non è la Grecia | Il Post.

…e mi permetto di aggiungere che anche l’Italia farà la stessa fine. Certo le tesi di Krugman sono un po’ ardite (dire che il casino greco non è colpa degli stessi greci mi sembra un po’ pretenzioso). L’Europa sta cercando di “imporre” all’Italia l’istituzionalizzazione del debito. Come a dire: “ora c’è l’Euro. Non potete immettere vostra moneta nel circuito, ma solo la nostra. Quindi dovete indebitarvi.”.

Non si capisce perché ci vogliano convincere che abbiamo bisogno di “aiuti”. In definitiva siamo un paese ricco di patrimoni e risparmi (vedi articolo del Financial Times QUI)

Perché non far sottoscrivere i bond direttamente agli italiani? Sarebbe più logico fidarci di noi stessi e girare gli interessi direttamente nel circuito interno!

E invece no! Dobbiamo contrarre debito con l’Europa e con la finanza estera. Sarebbe come a dire che per legge ci dobbiamo mettere per forza nelle mani di un cravattaro che, per opera futura degli Eurobond, deciderà volta per volta le regole del gioco e l’interesse da pagare!

In poche parole, come per gli strozzati, ci potremmo trovare senza una lira ma pieni di debiti!!!

Abbiamo 2 miliardi di Euro di debiti. Qualche proposta


Vita da statale, quanti lavorano nel pubblico in Italia?Come già postato qui, mentre il debito pubblico italiano ammonta a circa 2 trilioni di Euro, il nostro settore finanziario è accreditato di risparmi e patrimoni per oltre 8,4 trilioni di Euro.

Per tornare a “respirare” dovremmo fare principalmente 2 cose:

1) pagare gli interessi correnti

2) ridurre la percentuale di debito sul PIL
Riguardo al punto 1 mi viene spontaneo pensare: perché non tassiamo i patrimoni? Potremo risolvere 2 problemi: quello dell’evasione fiscale e quello del saldo degli interessi sul debito.
Per il punto 2, perché non obblighiamo i detentori di patrimoni a sottoscrivere il debito italiano a medio termine (vedi proposta di Italian default: il fallimento di una classe dirigente)?

In questo modo non saremmo più obbligati verso banche e fondi ma solo verso “noi stessi”. L’andamento dei tassi non sarebbe strettamente dipendente dalle ondate speculative, ma fissato da una authority.

Risolto anche questo problema bisognerà anche affrontare quello delle perdite endemiche delle nostre banche: torniamo alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari e basta sostegni! Sono delle S.p.A.: che trovino le risorse sul mercato, altrimenti che falliscano.

In ultimo, ma non ultimo, dobbiamo perseguire anche una politica seria di riduzione della spesa se non vogliamo che il debito rimanga ai livelli attuali.

Facciamo una piccola considerazione: in italia ci sono circa 3,3 milioni di dipendenti statali su una popolazione attiva di circa 24,3 milioni di persone. Quindi circa il 13% dei lavoratori in Italia è alle dipendenze dello stato; questi costano circa 170 miliardi di Euro all’anno.
Non si potrebbe pensare di economizzare su questa voce omogeneizzando il contratto del pubblico impiego con quello del privato? Ad esempio vincolando parte della retribuzione alla produttività? Introducendo la mobilità? Evitando il turn over in molte amministrazioni?

Io non ci trovo nulla di scandaloso, anzi! Guardando la cosa da un’altra angolazione mi viene da chiedere: perché io dipendente del settore privato dovrei essere discriminato?

Credo che il lavoro statale, utilizzato per decenni come ammortizzatore sociale in molte regioni, possa conquistare in questo modo una nuova dignità ed essere veramente produttivo, rispettato e rispettabile.

Gli italiani devono crescere e darsi una mossa oppure finiremo veramente come i greci. Per questo bisogna, oltre che fare sacrifici, anche cambiare mentalità, modo di vivere. Solo così riusciremo a “risorgere” e a renderci veramente indipendenti dalla finanza e dalla speculazione.

Debito pubblico e crescita economica: una relazione tutta da verificare


Andrea F Presbitero

Andrea F Presbitero
Assistant Professor, Department of Economics, Università Politecnica delle Marche

È stato recentemente pubblicato su VoxEu.org un rilevante articolo del professore Andrea Presbitero (docente di Politica Economica della Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche) con il professor Ugo Panizza (direttore dell’unità di ricerca sul debito e la finanza dell’UNCTAD e docente di Econometria ed economia dello sviluppo al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra), dal titolo “Il debito pubblico interagisce negativamente con la crescita economica?”.

L’importanza del contributo dei due studiosi risiede nell’analisi che essi conducono dei dati della crisi attuale per verificare se esista o no un nesso di causa/effetto tra debito pubblico e crescita economica in un campione di paesi industrializzati.
Verificare se elevati livelli di debito pubblico generino un effetto negativo sulla crescita economica è una questione di politica economica particolarmente rilevante. Ora, una risposta affermativa implicherebbe che, sebbene efficaci nel breve periodo, politiche fiscali espansive che fanno aumentare il rapporto debito/Pil potrebbero rallentare la crescita di lungo periodo, annullando parzialmente o completamente l’effetto positivo dello stimolo fiscale.
La maggior parte dei policy-makers sembra ritenere che il debito riduca la crescita economica. Si tratta di un’opinione in linea con i risultati di una fiorente letteratura empirica che mostra l’esistenza di una correlazione negativa tra debito pubblico e crescita economica. Tuttavia, correlazione non implica causalità. Il legame tra debito e crescita potrebbe scaturire dal fatto che è la ridotta crescita economica a generare elevati livelli di debito pubblico.

In un recente studio, basato su un campione di paesi Ocse, applicando tecniche econometriche che permettono di verificare se esista o no un nesso di causalità tra debito e crescita economica, risulta che non c’è alcuna evidenza statistica a sostegno dell’ipotesi che un elevato debito pubblico possa nuocere alla futura crescita delle economie avanzate. Pertanto, i professori Presbitero e Panizza mettono in guardia dall’usare la relazione tra debito e crescita come uno degli argomenti a favore del consolidamento fiscale.
In sintesi, l’interpretazione dell’evidenza empirica sulla relazione tra debito pubblico e crescita nelle economie avanzate può essere così sintetizzata:

1) molti studi mostrano come il debito sia negativamente correlato con la crescita economica;

2) nessun lavoro dimostra in maniera incontrovertibile che il debito genera un effetto causale sulla crescita;

3) lo studio suggerisce che il nesso di causalità non esiste.
Benché certi della solidità dei loro risultati, i due ricercatori sono consapevoli del fatto che possono apparire controversi. Tuttavia, i primi due punti rimangono indiscutibili. Pertanto, che il debito pubblico abbia un effetto causale negativo sulla crescita economica rimane un fatto ancora da dimostrare.

Da una rilevante ricerca del professor Andrea F. Presbitero con Ugo Panizza

Stanno tagliando l’Italia fuori dal mercato


Certo: con il BTP a 10 anni che veleggia ormai al 6,20% ed in crescita…

Andamento BTP decennaleUn po’ di ottimismo riusciamo comunque a trovarlo nell’articolo di Marc Ostwald sul Financial Times che, contrariamente all’ortodossia che vuole Spanga e Italia legate a doppia mandata nella gestione del debito pubblico, rileva delle belle differenze nella gestione del risparmio e nel rapporto dei mutui sul PIL rispetto agli altri euromembri:

via FT Alphaville » Now they’ve shut Italy off from the markets….

Provo ad abbozzarvi una traduzione, magari grossolana:

“Dobbiamo sottolineare ancora una volta che, mentre il livello dei rendimenti dei BTP sia particolarmente elevato, il rapporto debito/PIL sia al 120% e l’ammontare del debito pubblico sia appena sotto i 2 trilioni di Euro, il settore finanziario ha risparmi e patrimoni per oltre 8,4 trilioni di Euro. Inoltre l’Italia ha anche un rapporto mutui/PIL  sotto il 20% (nei Paesi Bassi questo rapporto è pari al 110% e negli USA è ad un livello quasi patologico).
Quindi l’Italia in questo caso è più simile al Giappone piuttosto che, come vuole il mito popolare, simile a Spagna, Irlanda, Portogallo, per non parlare della Grecia.”

Grazie Mark per la botta di ottimismo.

La situazione non è comunque così rosea:

La finanza è a pezzi, l’economia è in recessione pesante e quindi come lo paghiamo il nostro gigantesco debito? Confischiamo gli 8,4 trilioni di Euro di risparmi e patrimoni?

Inoltre l’Italia, come terza potenza economia europea, si sta facendo carico del piano di salvataggio della Grecia (e della Spagna?)  nonostante la suddetta crisi!!!

Che ci inventiamo ora? Cosa succederà? Attendiamo immobili l’ineluttabile default?

O, forse, è meglio l’usare il termine BANCAROTTA?

Mah! Faccio fatica a decifrare la situazione attuale…

“Ritorno alla sostenibilità” – Guido Grossi


Immagine profilo Guido Grossi

Guido Grossi

Salve a tutti,

Oggi voglio parlarvi e riportarvi un’articolo che ho letto stamattina su Facebook. Ebbene si: anche su Facebook si trovano spunti interessanti di ragionamento che, a volte, possono aiutarci nella comprensione dei fenomeni macroeconomici che ci stanno interessando, quand’anche non “travolgendo” nell’ultimo periodo.

Alla luce di tutto questo, vi consiglio di leggere lo scritto che segue, ad opera di Guido Grossi, partecipante al gruppo aperto di Facebook “Italian default: il fallimento di una classe dirigente“; parla del nostro debito pubblico e di 2 ricette facili facili (all’apparenza) per restituire credito, solidità, accessibilità alla nostra economia nazionale. Insomma, in una parola, SOSTENIBILITA’.

“Ritorno alla sostenibilità” pubblicato da Guido Grossi il giorno martedì 14 febbraio 2012 alle ore 13.26

La mia posizione professionale di responsabile della struttura centrale dei mercati finanziari di una grande banca italiana mi ha posto in posizione privilegiata per osservare il tema del debito pubblico da un angolo visuale non comune: Il collocamento e la negoziazione dei titoli di stato. Anche alla luce dei diversi effetti che il possesso dei titoli da parte dei vari soggetti coinvolti può produrre sul livello dei tassi di interesse e sulle possibilità di collocamento.

Vorrei sottoporvi le mie riflessioni che sfociano in una possibile proposta. Diversa, per i motivi enunciati, da quelle che circolano in materia. Frutto di un lungo confronto con amici e conoscenti.

Scusandomi in anticipo per la inevitabile lunghezza del testo (e la mia limitata capacità di sintesi).

Il dilagare della finanza avvenuto negli ultimi decenni (negoziazione in titoli e derivati) ha comportato il passaggio di una quota consistente di titoli di stato dai portafogli dell’operatore famiglia ai portafogli degli investitori istituzionali esteri (600-800 miliardi, pari a circa il 40% dello stock).

Un grave effetto collaterale non positivo – a suo tempo difficilmente prevedibile – si è prodotto sulla stabilità dei corsi dei titoli e, quindi, sul livello di tasso d’interesse che deve essere sostenuto per il regolare collocamento.

In un paragone con una azienda familiare, è stato come passare dall’autofinanziamento, basato sulle risorse di genitori, fratelli e sorelle, al credito bancario, nella forma più critica dello scoperto di conto, revocabile in qualsiasi momento. Una spada di Damocle sulla testa del debitore.

L’idea che i mercati finanziari siano efficienti nella valutazione dei rischi, e che i professionisti che operano nella gestione degli investimenti siano esseri freddi e razionali è quanto di più distante si possa immaginare dalla realtà.

Gli investitori istituzionali hanno un obiettivo temporale di cortissimo respiro, hanno a disposizione mercati tecnologicamente efficientissimi che consentono la vendita delle posizioni in pochissimo tempo, elevata a potenza dall’uso dei derivati. Usano tecniche di valutazione che si basano sull’osservazione in tempo reale di innumerevoli variabili su innumerevoli mercati. Gli accadimenti su un qualsiasi mercato si ripercuotono sugli altri in maniera immediata e – spesso – ingiustificata. Accadimenti esterni possono provocare – e provocano – crisi dei prezzi assolutamente scollegate dalla valutazione dei “fondamentali” economici.

Monti ce lo ripete da tempo: i fondamentali dell’Italia non giustificano l’attuale livello dei prezzi, dello spread. L’Italia sta pagando sui suoi titoli un livello di tasso di interesse assolutamente non giustificato dalla situazione finanziaria complessiva del paese. 

Mi permetto di ricordare l’importanza di alcune grandezze finanziarie, come il valore del patrimonio pubblico e la ricchezza privata delle famiglie. Considerando anche queste, oltre al PIL, la valutazione della nostra posizione debitoria, nel confronto con gli altri paesi, appare decisamente diversa. Risulta dagli studi di Banca d’Italia. Di gran lunga più sostenibile di moltissimi altri, oggi apparentemente immuni da crisi ma che rischiano una vera e propria involuzione a causa di una situazione di debito privato, oltre che pubblico, abnorme (e non pubblicizzata).

Resta il fatto, con la sua conseguenza spiacevolissima. Il guaio, infatti, è che il livello dei tassi d’interesse di Bot e Btp è salito in maniera enorme negli ultimi mesi solo per effetti distorsivi operati dai mercati finanziari.

E’ passato da “sostenibile” a “insostenibile”. Differenza grave, pericolosissima e ingiustificata.

Fa bene Monti a correre a Londra e a New York a spiegare al mondo della finanza le nostre virtù.

Ma del mondo della finanza sarebbe molto meglio diffidare e trovare il modo di farne decisamente a meno.

L’idea che è nata dall’osservazione dei recenti accadimenti, discussa già con molti amici e conoscenti, è quella di tornare ad una gestione domestica del problema del debito. Le risorse ci sono.

Il passaggio dalla dimensione “familiare” a quella bancaria non è stato causato dalla crescita del debito. I motivi sono complessi ma per ora è meglio tralasciarli. Quello che conta è che le risorse domestiche sono abbondanti, e vengono utilizzate diversamente.

Basti dire che le famiglie italiane detengono nei loro portafogli 400 miliardi di titoli di stato esteri, che sono spesso più rischiosi dei titoli italiani e quasi sempre hanno rendimenti inferiori. Oppure ricordare il valore di stock della ricchezza privata delle famiglie: superiore ad 8000 miliardi, ben oltre quattro volte l’intero ammontare del debito pubblico. La stima del patrimonio pubblico è più difficile ma la consistenza complessiva supera ampiamente lo stock del debito.

Le risorse ci sono, dunque. Utilizziamole.

Ci sono due modi che possono essere efficaci per convincere le famiglie italiane a tornare ad acquistare Bot e Btp.

1. Rendere sicuro e conveniente l’investimento.

Lo si può fare mettendo il patrimonio pubblico a garanzia del rimborso dei titoli acquistati e detenuti dalle famiglie italiane. Escludendo accuratamente e categoricamente la garanzia per gli investitori esteri.

Non è di immediata comprensione la cosa, perché il grande pubblico ignora la circostanza che i titoli di stato non solo non sono garantiti da nessun bene reale, ma neppure da alcuna procedura esecutiva. Se uno stato fallisce, non rimborsa i suoi debiti e nessun giudice può intervenire ad aggredire i suoi beni per soddisfare i creditori. La negoziazione con i creditori (come oggi in Grecia) avviene esclusivamente per assicurarsi prestiti successivi.

E’ importante spiegarlo, anche alla luce di quanto sta avvenendo oggi. Nelle passate esperienze di default controllati (negoziati con i creditori) gli stati hanno sempre privilegiato gli operatori famiglie nazionali, per ovvi motivi. Quello che sta avvenendo in questi giorni in Grecia è grave, perché modifica le regole del gioco. In un eventuale futuro default saranno rimborsati prima i fondi europei, gli investitori istituzionali e solo per ultimi, gli operatori privati.

E’ necessario operare per tempo.

L’effetto principale della manovra sarebbe quello di riportare il costo degli interessi ben al di sotto di quelli antecedenti la crisi degli ultimi mesi. Contribuendo in maniera consistente al contenimento del debito.

Riportando la situazione nell’ambito della “sostenibilità”.

La proposta ha il pregio collaterale di mettere al sicuro il patrimonio pubblico dalla tentazione di venderlo (svenderlo) per fare cassa. Tentazione non ipotetica: ripetutamente si affaccia.

Quel patrimonio non è nostro. Proviene dai nostri padri ed appartiene ai figli dei nostri figli. La nostra generazione non ha il diritto di utilizzarlo per coprire le dissennate spese che abbiamo tollerato nei decenni passati.

2. C’è un’altra fonte di ricchezza privata di grande entità che deve essere utilizzata per il buon fine di salvare la situazione. I fondi neri detenuti illegalmente all’estero.

Voi tutti sapete che Francia Germania ed altri hanno concepito l’idea di tassare con aliquote intorno al 30% quei fondi, depositati prevalentemente in Svizzera. E’ possibile fare di meglio.

Con il crescente malumore nei confronti della finanza speculativa e dei suoi privilegi, è venuto il momento di aggredire con determinazione il tema del segreto bancario e dei paradisi fiscali. Una legislazione decisa in materia avrebbe una potenzialità enorme per il nostro paese. Se l’evasione stimata in un anno si aggira intorno ai 150 miliardi di euro, immaginate voi l’entità dello stock di ricchezza detenuto dagli Italiani all’estero, accumulato negli anni.

Qualsiasi azione che abbia come obiettivo la riduzione del debito, deve guardare in quella direzione con estremo interesse. Non solo per l’entità della posta. Ma anche perché si tratta di risorse che, almeno in parte, non sono attualmente dentro il sistema.

Sottrarre con tasse o altri metodi risorse al sistema produttivo, comporta oggi una inevitabile aggravarsi della recessione. E date le condizioni pessime del ciclo interno ed internazionale, si tratterebbe di manovre rischiose e comunque dolorose.

Trovare risorse esterne è una strada decisamente più allettante, almeno al momento.

Questa è la proposta.

I detentori di capitali a nero:

– dichiarano il possesso;

– pagano una tassa sul patrimonio del 10 – 15%;

– Investono una somma pari al 70% in titoli di stato a lungo termine che hanno tassi contenuti (1,5-3%) e sono garantiti da patrimonio pubblico;

– hanno la garanzia che non saranno previste in futuro tasse ad hoc su quei capitali.

La mancata adesione alla proposta configura un nuovo reato che è punibile con:

– Il pagamento del 120% delle somme scoperte (che vuol dire sequestro integrale più un ulteriore 20% da pagare);

– una pena detentiva da 5 a 20 anni (il massimo edittale garantisce tempi molto lunghi per la prescrizione ed innalza la possibilità di essere scoperti in futuro);

– è perseguibile con un procedimento esecutivo ad hoc, breve ed efficiente, che limiti la possibilità di contrattare una riduzione della pena, garantendone l’applicazione.

Non è certo che l’adesione sarebbe massiccia. Però la riduzione dei margini di copertura del segreto bancario e la lotta decisa contro i paradisi fiscali, uniti alla durezza delle pene previste in caso di successiva emersione, potrebbero rappresentare una spinta non indifferente al successo dell’iniziativa.

C’è un vantaggio collaterale importante che discende dall’azione proposta. L’emersione dell’economia sommersa che ragionevolmente ne potrebbe conseguire.

Quella emersione comporta l’innalzamento automatico del valore nominale del PIL, contribuendo anche per questa strada a ricondurre la situazione del debito verso valori più accettabili e gestibili.

L’unione di questa proposta, poi, con quella dell’associazione art. 53 in materia di riforma fiscale, favorirebbe contemporaneamente il recupero di somme evase in passato e l’emersione del sommerso presente e futuro, con un effetto positivo enorme sul PIL e sul gettito.

L’obiettivo di riportare il problema del debito pubblico del nostro paese nell’ambito della normalità e della sostenibilità è di una importanza oggi non rinunciabile.

La straordinarietà verso la quale ci hanno spinto sicuramente la nostra innegabile leggerezza e la scarsa credibilità non deve occultarci l’aspetto fondamentale odierno: sono i meccanismi perversi e irrazionali dei mercati finanziari che hanno spinto la situazione verso la “non sostenibilità”. Questi devono essere spezzati con coraggio, perché le soluzioni indicate dalla fretta, dalla paura e dai sensi di colpa non potranno essere buone soluzioni.

Facciamola valere, la nostra credibilità. Il nostro orgoglio di essere italiani.

L’aiuto economico e finanziario che chiediamo come Paese all’estero non sarà mai fraterno, mai disinteressato. Mai conveniente. La Grecia ci sia d’esempio.

L’Italia ha risorse umane e finanziarie enormi. Ha urgente bisogno di riscoprire i propri valori e le proprie possibilità. Valore che le scelte degli ultimi decenni hanno purtroppo offuscato, ingenerando sensi di colpa e paure che non ci aiutano a vedere con chiarezza. E’ tempo di aprire gli occhi, perché i rischi che incombono sono elevati.

Concludo tornando al paragone iniziale: l’azienda familiare che ha deciso di fare ricorso allo scoperto di conto bancario –  che la banca può revocare a piacimento e in qualsiasi momento – deve sapere, con consapevolezza e responsabilità, che quel supporto sarà disponibile solo fino a quando le cose vanno per il verso giusto.

L’inizio delle difficoltà farà sparire quel sostegno, o lo farà diventare sempre più gravoso, insostenibile, causa esso stesso del precipitare di una crisi che, per altri versi, sarebbe stata sicuramente gestibile e risolvibile.

Usciamo, in fretta, da questa situazione perniciosa.

Attendo i vostri commenti!!!